Profumo di vaniglia

Detto africano: puoi svegliarti quanto presto vuoi al mattino che il tuo destino si è svegliato prima di te. O, in via non ancora definitiva... African Idiom: you can wake up as earlier as you want in the morning but your destiny will be already there. Mitja Viola

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Pensando a Marchetto, con Kobe che non parte e il giovane Williams

(tempo massimo di lettura 2'04''. Scritto ascoltando Bloodhound Gang con Bad Touch)

Me ne vado da un posto chiamato Madison Squarden Garden seguendo il fischio di una metropolitana che non mi porta nemmeno troppo lontano. Fuori piove, ma e' venerdi' sera. Uno dei tanti motivi per rompere l’andirivieni matematico della solita gente che cambia usanze. Anzi, con la festa di Halloween alle porte, corri il rischio di imbatterti anche in una maschera falsa. Quelle vere, le trovi in giro ogni giorno. Anzi, si fa prima a dire sono cose che capitano. Capitano anche ai migliori. Sempre che alla parola migliori, al suo concetto, alla sua anima e ai sui mille perche', si associ un valore da zero a dieci sulla scala dei sapori della fragola. Un frutto a caso, un frutto che mi fa venire in mente una mezza malinconia a meta' strada tra l'estate che avanza, e quel profumo di bacche e bosco dell' Edizione Rossa di Amistar. Un vino da condividere con quella santa donna di mia moglie.

Me ne vado da un posto chiamato Madison Square Garden dopo essere stato preso in contropiede da una notizia che mi ha fatto pensare. Marco Marchetto, uno dei tanti con cui ho condiviso l'ultima mezzora di allenamento, il campetto del San Luigi o il torneo della Campagnuzza, l'altro giorno si accasciato al suolo dopo un'azione di gioco nella solita palestra, quella dell'Unione Ginnastica Goriziana. Da quanto ho letto via Internet, non ha fatto in tempo a dire non mi sento bene, che se ne e' andato mentre cercavano di fare qualcosa. Penso che se gli avessero chiesto di esaudire un desiderio, forse, toccando ferro o ridendo in faccia al prossimo, forse ci sarebbe anche stato di mezzo la parola basket. Sempre che il tutto abbia un senso. Sempre che ci sia da capire o reagire. Sempre che sia il caso di raccontare o descrivere questa strana sensazione che segue quello spirito di rassegnazione tipico di chi, a conti fatti, cerca soltanto di godersela prima che sia troppo tardi.

Me ne vado da un posto chiamato Madison Square Garden con le parole di Jason Kidd che fanno eco ad una consistenza, quella dei nuovi Nets, che pare promettere bene. Non a caso, Vince Carter non si esprime piu' del dovuto. Un due di briscola con la faccia di Richard Jefferson alle prese con una buona luna a meta’ strada tra l’ottimismo di chi si sente bene e la voglia di cominciare. Il tutto, mentre in riscaldamento Nenand Kristic in riscaldamento la mettava dai sette metri con una facilita' che mi ricordava Vlade Divac. Insomma, ero curioso di capire che tipo e' questa matricola Shawn Williams, uno che a East Ruckeford si e' presentato come un saltatore in grado di ricordare il miglior Kenyon Maritin. "E' un'occasione unica - mi ha spiegato mentre a torso nudo e ciabatte mangiava la classica pizza "peperoni" di Sbarro - non capita ogni giorno di condivedere lo spogliatoio con gente del calibro di questa". Una sorta di toccata e fuga che passa inevitabilmente per la gavetta di chi, una volta suonato il campanello, ha capito l'unica cosa che rimane da fare: mettere su chili e non mollare. Una ricetta, neanche dovessimo fare i gnocchi in casa, che dovrebbe portarlo lontano in attesa che le cose diventino ufficiali e l'orologio regali qualche minuto di gloria.

Me ne vado da un posto chiamato Madison Square Garden con l'idea che sulla panchina dei Knicks ci sono un sacco di giocatori molto interessanti, peccato solo che chi li comanda, non abbia la piu' pallida idea di come si costruisce un acquario a muro nel salotto di casa. Un modo come un altro per rendermi conto che ho riacceso il computer nel pomeriggio di un lunedi’ in cui la voglia di un rinnovamento che fa rima con cambiamento, mi portano a spendere i minuti che mi separano dalla cena alla ricerca di una nuova piattaforma, un nuovo logo o anche solo un nuovo modo di interpretare questa avventura. Intanto posso confermavi che venerdi’ proveremo a divertirci con la diretta in occasione del debutto nel New Jersey di quel santo uomo di nome Andrea Bargnani. A quanto pare, messa da parte la parentesi con la nazionale, pare che la sua vera casa continui ad essere Toronto. Almeno per rendimento o ispirazione senza per forza dire tutta la verita’. Quella che parla di un gioco addatto sicuramente al suo essere Andrea Bargnani. Intanto, come insegna il buon Zeno Pisani, il famoso Kobe Bryant Advisory System (clicca qui) e’ al livello intermedio, vale a dire “I ain’t talking”, un non parlo che sembra quasi non fare notizia, se pensiamo che le ultime dichiarazione di coach Phil Jackson lo hanno messo con le spalle al muro: non gioca con il cuore, Insomma, scommetiamo che non appena si comincia a fare sul serio questo ci ricorda al volo che cosa e’ in grado di fare?
Intanto, da Chicago arriva un'altra voce che parla chiaro: e' vero che i Lakers sarebbero contenti di avere in cambio Luol Deng, Ben Gordon, Tyrus Thomas e Joakim Noah, ma e' anche vero che le possibilita' che finisca a Chicago dipendono da un altro fattore. Deng e Wallace sono in scadenza di contratto e stanno per rinnovare. Cio significa un aumento di salario che gela in un certo senso il trade a LA. In altre parole tutti ne parlano ma il numero 24 non si muove almeno fino a gennaio, se non addirittura a fine stagione.

Per dire la vostra: profumodivaniglia@gmail.com.


Mitja Viola

L'amarone di Bo Derek, i segreti di Ray Allen

 

(tempo di lettura massimo 2'14''. Scritto ascoltando i Nirvana con Come as you are in versione Unplugged)

Prossima fermata stazione Meadowlands Arena, stato del New Jersey. Si dice che la benzina costi meno, anche se il sottoscritto, causa una condizione economiche figlia di di scrupolosi bilanci, continua a preferire l’autobus. Dieci dollari di biglietto da vidimare la dove New York diventa un andarivieni di pendolari nel formicaio di Port Authority. I colletti bianchi ritornano a casa dopo una giornata di lavoro oltre il fiume Hudson con valigia in mano e cravatte sul pallido andante. I colletti con invece tendono ad essere un attimo piu' colorati, fanno ritorno nella Mela spesso con il primo bottone slacciato e una cravatta molla, la' dove ce ne sia bisogno, neanche a rimpiagere un paio di jeans e scarpe da ginnastica. Di fatto, ogni volta che ci metto piede, faccio una certa fatica a trovare me stesso.
Questioni di gusti, di ambientamento o anche solo di una geografica che, appena fuori dal classico centro abitato newyorkese, ti spiazza senza precedenti. Tutto diventa diverso, fin troppo retorico al punto che la differenza, con o senza le classiche catene di montaggio tipiche del 900 e la rivoluzione industriale studiata sui libri di scuola, non lascia scampo alla fantasia umana: se per caso devo andare ad abitare in questi sobborghi, beh si comincia a pensare sul come ritornare a casa. Qui, a queste condizioni non ne vale piu' la pena.

Prossima fermata, stazione Meadowlands New Jersey, anche meglio nota come Continental Arena. Complesso sportivo che include il famoso Giant Stadium nell’abitato centro di East Rutherford. Quattro case, due stadi, un ippodromo e un sacco di capannoni che fungono da magazzini per i ridenti affari degli uffici di Manhattan. Sei, sette hotel che senza h e con la m diventano comodamente altrettanti motel e un appuntamento, quello invernale, con un uomo chiamato Jason Kidd, che non vale il prezzo del biglietto. Le ultimissime dicono che stia poco bene. Una botta rimediata alla schiena, ha finito per procurargli un'infiammazione tra i dischi della colonna vertebrale. Non a caso, non appena domandi dove sia, ti dicono, scherzando anche sul nome della sua nuova compagna, che ha delle difficolta' a sedersi e chiaramente, non si fa vedere. Una sorta di attenti al lupo che trova il suo valido Pierino nel giornale del giorno dopo. Quello che racconta della sua convalescenza e regala lumi di speranza: si e' mosso, sta meglio e coach Frank e' ottimista per il suo rientro.
Gia', pagare il biglietto per non vedere in campo uno dei migliori tre giocatori al mondo per impatto di intensita' e gioco che sviluppa sul rendimento della squadra, beh al diavolo tutti quelli che hanno titolo di influenzare la giuria che decide l'Mvp di fine stagione.

 

Prossima fermata stazione Meadowlands New Jersey, un gita in pullman che condivi con i tifosi di questo sport in America. Si dice che nel giro di quattro, cinque anni o forse anche meno - qui quando decidono tirano su palazzi a cinquanta piani nel giro di sei, sette mesi - ci si deva spostare ad Atlantic Avenue, una fermata di metro da casa mia, un'icona di una Brooklyn che non smette mai di stupire. E in effetti, faccio fatica a catalogare la differenze, anche socio politiche come quelle sull'asse Milano Roma tanto ben introdotte dal Vate Bianchini in uno dei suoi tanti pezzi per questo editore, tra chi si schiera con i Nets e chi invece con i Knicks. In entrambi i casi, ai capelli storti di chi studia "hip-pop", dai copricapi ebri che ti aiutano a riconoscerli, qui per la maggiore ti capita di incontrare nonne con nipotini e nipotine. Papa', chiaramente di tutti i colori, con figlioletti di tutte le eta' o anche solo, tifosi e tifose con le maglie degli avversari di turno. Non e' un caso che quando gioca Kobe, l'autobus lo devi prendere in anticipo perche' la coda diventa quasi irragionevole. Tranquilli, tutto funziona, ma a starci in fila per quindici, venti minuti e pensando al classico sistema all'italiana che gestisce un pendolarismo a quattro zeri, ti spaventi a pensare che tutto possa funzionare in maniera cosi' efficente.

Prossima fermata stazione Meadowlands New Jersey e gli italiani che di solito senti parlare mentra stai in fila, non si fanno ancora vedere. L'appuntamento e' rinviato alla prossima settimana, giorno 2 novembre. Non a caso in occasione della prima del Mago, mi piacerebbe fare una diretta su questo sito sulla falsa riga di quella ben riuscita per il draft di Belinelli. Per adesso le uniche cose che contano e vedere e capire Boston. Ammettere che la lunga convalescenza di Kristic dopo il ginocchio rotto dello scorso anno, ha avuto un senso o anche solo scambiare due chiacchere con chi ha cambiato la geografia del potere di questo sport. "Non penso che sia stato deciso tutto in una notte - attacca Danny Angie mentre gli chiedo di raccontarmi il clima del basket anni 80 tra un titolo ai Lakers e uno a Boston - i nostri cambiamenti sono frutto di una lunga programmazione. Abbiamo deciso di creare un buon gruppo di giovani e poi e' arrivato questo trade". Un grazie arrivederci che non mi convince. Il successo del gioco del Risiko e' anche quello di improvvisare e avere fortuna. Altro che dichiaro guerra a chi voglio io. Non a caso, sulla strada di questi spogliatoi che mi hanno riportato indietro nel tempo a quando i Nets uscirono di scena per mano di una Cleveland in difficolta' a confermare il ranking dello scorso anno, incontri i vari personaggi di questo sport.
Uno di questi si chiama Rich Dallatri, preparatore atletico dei Nets e collaboratore della nazionale italiana. Non a caso, al classico Rich seguito da quattro parole in croce in italiano corrente, lui si appoggia al muro, si dimentica di entrare in spogliatoio e comincia a parlarti. Di cosa? Da io conosco quello (Caio Ardessi, ndr) che ti saluto. Lui risponde, contraccambia, ti chiede come sta e ti racconta tutto il resto. Certo, la frase sugli europei e' quasi d'obbligo ma, visto che nessuno ha voglia di rivangare, andiamo oltre che va meglio.

Prossima fermata stazione Meadowlands New Jersey per trovarsi faccia a faccia con Ray Allen e provare, anche solo per cinque minuti, a non fargli le solite domande. Quelle, che ho sentito lunedi a New York, che ho risentito martedi' mentre i colleghi che mi precedevano gli chiedevano cosa pensa di Boston, una squadra che sta subendo una pressione mediatica inverosimile. E a capirlo, non serve mettere in bosta l'ultimo numero di Sport Illustrated che ti regalano in sala stampa, quando contare le gocce di sudore sulla fronte di un Doc Rivers che, ogni qualvolta apre bocca, tende a sdrammatizzare tutto cercando di giustificare ogni singola azione dei suoi dietro al canonico dobbiamo crescere.
No, Ray Allen (clicca qui) e' "He got game". E' un ragazzo incredibile che ti parla guardandoti negli occhi. Uno che non perde mai la pazienza anche quando le domande fanno sorridere i colleghi. "Per quel film ho lavorato come un pazzo per tre, quattro mesi senza fermarsi - ha spiegato - e' stata un'esperienza bellissima. Non smettavamo mai di girare, di rigirare per cercare la scena migliore e poi, non e' cosi' facile come possa sembrare. Ma la cosa mi piace ricordare e che quel film doveva e deve ancora oggi essere messaggero di un significato e noi, che abbiamo lavorato seriamente come voi in questo momento, siamo riusciti a far capire delle cose alla gente. Penso che questa squadra non sara' pronta prima di gennaio, febbraio. Molte delle soluzioni tattiche che vedete in preseason - la domanda chiedeva se oltre agli scarichi e i tiri da fuori quando Garnett e' triplicato in area c'e' dell'altro altrimenti in giornate storte diventa dura - non sono quelle definitive. Insomma, non vogliamo mostrare cosa possiamo fare ai nostri avversari. Quanto alle mie sensazioni personali, ai miei punti di riferimento abili a capire quanto stiamo migliorando come squadra che punta a migliorare la prestazione dello scorso anno, beh mi piace andare a letto e pensarci quando sono da solo e mi concentro sul mio lavoro. Non esistono delle cose predefinite che mi aiutano a capire. E poi, quando vivi una carriera nella Nba come il sottoscritto, arrivi ad un punto in cui scali la collina, ti sembra di essere in cima e ritorni subito da dove eri partito. Beh, speriamo che questa sia la volta buona".

Prossima fermata stazione Meadowlands New Jersey, per aprire il giornale e capire che Minnesota potrebbe essere coinvolta in un ennesimo trade con Miami. Si dice che potrebbero partire Ricky Davis e Mark Blount, per Antoine Walker, Wayne Simien, Michael Doleac e una futura scelta.
Per trovare cinque minuti di silenzio per ordinare le idee, ammettere che ci siamo o anche solo, in compagnia di due amici, fermarsi senza motivo al Cipriani di Soho e riconoscere, tra l'arte di fingere di mille personaggi del momento, una Bo Dorek (clicca qui) seduta al tavolo con sorriso fin troppo scontato. Tranquilli, la sua icona e' sempre la stessa e causa cause di forza maggiori, non sembra nemmeno abbia 50 anni. Assieme ad un amico e un'amica, bevevano dell'amarone. Personalmente ho visto solo il retro dell'etichetta, insomma, mi divertivo a guardare altrove, anche se al posto suo, avrei preferito un Si Kjube di De Conciliis(clicca qui). Altra bottiglia, altra storia, ma sicuramente anche altra fantasia.

Per dire la vostra: profumodivaniglia@gmail.com.


Mitja Viola

Prossima stazione Madison Square Garden: Knicks-Celtics 1-1

 
(tempo massimo di lettura 2'12''. Scritto ascoltando... [...]

Le stelle sono tante, milioni di milioni

(tempo massimo di lettura 3'16''. Scritto ascoltanto Back to black di Amy Whinehouse)

 

Una stella, nemmeno cadente, distesa a due passi dalle strade dove tutti vogliono metterci piede. Si tratta dell’ultima idea, quella dei pagati per pensare, che non ha ancora creato tendenza o moda, ma che potrebbe aiutare il prossimo, nel caso ce ne sia bisogno, a patto che il senso dell’orientamento non diventi un complice della classica fila perdi tempo. Se penso alle code tipiche di quanto si entra e si esce, si sale o si scende dentro una subway, beh non ne avrebbe alcun senso.

Insomma, una stella e quattro punti cardinali, un senso dell’orientamento, quello del viaggiatore medio, abili a confondersi non appena risali in superfice. E il mal di mare, come quello d’auto, centrano poco o nulla. Solo che da qualche settimana, i marciapiedi della citta’ di New York sono caratterizzati da una grossa stella con quattro punti cardinali all’uscita delle principali stazione della subway. Quella che noi, rapiti da un fascino tipicamente anni settanta molto Parigi per non dire Claudia Cardinale o Marché de Saint Ouen, Londra, Rolling Stones o Carnaby Street, riconosciamo con il termine grezzo di metropolitana.

Gia’, fa tutto parte di questo divertente gioco che chiamano Grande Mela: luci, grattacieli, gente di mille colori, taxi gialli e macchine nere, fantasie underground e storie non sempre da mille una notte. Limousine che si alternano ad elicotteri a tutte le ore del giorno, barboni con carelli della spese al posto di valige o armadi nella camera da letto. Turisti col naso per aria e manager, quelli con le cravatte piu’ brutte del mondo, che fanno soldi e parcheggiano le Porsche nel garage che non sai nemmeno che esista. Tanto, comunque vada, sei sempre a New York. E poco conta se da Manhattan sbordi a Brooklyn o finisci in quel serbatoio culturale maestro di pazienza qual e’ il Queens, qui, senza mezze misure, non saremo ne i primi ne gli ultimi. Anzi, se Frank Sinatra o George Clooney sono due icone qualsiasi, se Hector il portiere e Ray l’uomo degli ascensori dell’Empire State Building vanno fieri del loro potere temperole, beh e’ davvero una storia per tutti.

Anzi, forse anche le stelle, almeno quelle in terra, hanno la loro difficolta’ ad emergere dal luogo comune. E poco conta se quelle di Times Square sono calpestate dalla mattina alla sera, se quelle di Harlem, a patto che ce ne siano, divento subito un cult a meta’ strada tra lo “soul stack” che fa ancora tendenza e l’hip hop che avanza. Se a Staten Island non hanno senso di esistere – personalmente non penso ci sia molto da vedere, visitare o anche solo da navigare con un’unica linea della metro e il Varazzano bridge che allarga gli orizzonti della fantasia che alimenta ricordi e crea tendenza – o se nel New Jersey tutto diventa rozzo e simile ad una catena di montaggio dei primi del ‘900. Guarda a caso, il compresso che mi ricorda la bella e la bestia, il capolinea ultimo dove il luna park smette di girare e il sogno di farti sognare. Sempre che poi, il sogno a portata di mano non diventi una caccia al tesoro con o senza i dadi del Monopoly o la rigidita’ della legge di sopravvivenza quotidiana: alzati, prendi la metro e vai al lavoro. Resisti, prendi la metro e torna a casa tenendo conto solo di sole, luna e forse due stelle in cielo dedicate a quanti se le meritano.

E meno male, ritornando al nostro discorso, che a Coney Island, dove pensano di rimuovere la famosa ruota nel giro di qualche anno per mandare in pensione uno dei parchi giochi piu’ noti del mondo, ogni anno alle stelle metropolitane preferiscono le sirene in carne e ossa. Sempre che a due passi da Nathan’s, casa dell’hot dog piu’ famoso del mondo, non ci si metta in mezzo, con o senza la diretta via Espn del 4 luglio. Il giorno dell’indipendenza famoso nei paraggi per due appuntamenti da “jet set”: i fuochi d’artificio sponsorizzati da Macy’s sulla Eastside e la competizione riservata a chi mangia piu’ hot dog in qualcosa come tre, cinque minuti di tempo. L’idolo della folla, il pluricampione giapponese Takeru Kobayashi, quest’anno e’ stato messo ko da un infortunio alla mandibola che lo ha colto in fragrante ad un mese dal via. In altre parole, tutto e’ filato liscio per il californiano di San Jose, Joey Chestnut, uno che si e’ presentato a questo appuntamento, alla sfida partecipano tutti donne comprese, cantando fiero l’inno nazionale prima del via. Un appuntamento a dir poco canonico se penso che la folla, eccitata e fin troppo di parte, lo ha sorretto sin dal primo hot dog a suon di “Usa, Usa…”, quel patriottismo pronto in scatola che esce puntuale ogni qualvolta qualcuno si mette tra l’America, i suoi portacolori e le bandiere degli sfidanti della porta accanto.  

Di fatto, come un abile polemico romantico, uno che tira il sasso e non nasconde la mano, uno che prima le dice e poi le conta, ammetto che queste stelle all’uscita della metropolitana mi hanno colpito. Guardandole in foto sul New York Times 

Times (clicca qui) mi hanno fatto esprimere un desiderio. Non cose folli o impossibili. Tanto per essere schietti, le espressioni da sogni nel cassetto non c’entra per nulla. Di sicuro pero’, l’intero ambaradan mi hanno fatto venire in mente una cosa sola: a Gorizia i cavalieri di queste stelle li avrebbero preso per matti, troppo transfrontaliere. A Roma avrebbero chiamato l’archeologo con tanto di petizione parlamentare per capire se sa’ da fare o meno. A Milano, la Lega avrebbe sicuramente detto qualcosa mentre a Napoli ci avrebbe inventato un nuovo gusto di pizza sfumato al gelato. Qui invece, alla fine e’ tutto molto diverso. Qui in tanti le calpestano ma nessuno ha ancora avuto il coraggio di ammettere che forse, le stelle per nulla cadenti, erano una degli ultimi indizi utili abili a svelare i segreti dell’orientamento metropolitano. Un dato di fatto che fino ad oggi ha avuto due soli complici: i famosi cartelli “uptown - downtown”. Gli unici in grado di dirti cosa sta per accadere, una volta discese le scale e una volta dentro quel caldo formicaio pieno di gente e topi che si muovono secondo principi logici ben definiti: a destra si fa verso la giostra di Paperino, a sinistra si finisce nella giungla misteriosa che confina con il quartiere di strada. Un concetto a meta’ strada tra quello che hai sempre letto nei libri e visto in televisione, con la realta’ del caso. Altro che futurismo di Kubrick.

Insomma, una stella in terra che dovrebbe incoraggiare il viaggiatore medio, a fidarsi di un sistema, quello della subaway, fin troppo newyorkese per poter disporre di un regolamento scritto. No, dove il senso dell’orientamento sfata il primo tabu’, ci sarebbe poi da lavorare sui racconti e la storia di questi vagoni che spesso si imbattono nei non sempre autentici detti del luogo. Le famose leggende metropolitane che parlano di sicurezza, di attentati a portata di mano o anche solo di labirinti al limite dell’igene umano.

Stop, mi fermo qua per tre semplici motivi. Uno non sono un guerriero della notte. Due e’ giusto raccontare fino a quando si pensa di avere qualcosa da scrivere. Tre non amo troppo parlare di luna o di sole, di stelle e di tutto quanto fa poesia, spiegando il senso logico del caso. No, dove finisce la curiosita’ di dire la propria, comincia il mare del pensiero, una deriva fin troppo pericolosa dove le stelle, prima ancora che la luna, ti aiutano se non altro ad orientarti, per dirla alla Vanoni, Morales e Toquinho, in una notte scura e senza paura.

Ecco il momento in cui mi tolgo di dosso l’ultimo granello di sabbia metropolitana e ritorno nel mio greto limbo. Un mare nemmeno troppo azzurro che mi aiuta ad apprezzare quel famoso nome a cinque lettere senza consonanti di troppo: stella. Un appuntamento al buio, una situazione da ricordare, un’emozione da regalare o apprezzare, in attesa del prossimo racconto. Gia’, al pane quotidiano non si scappa, quanto al vino o all’abbinamento del giorno prima, beh per questa volta pensateci voi. Io da circa due minuti sto gia’ pensando al altro, chissa’, rapito della mia stella o anche solo dal mio classico momento che mi coglie spesso impreparato. Tanto, comunque vada, non mi ancora portato al capolinea

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