Profumo di vanigliaDetto africano: puoi svegliarti quanto presto vuoi al mattino che il tuo destino si è svegliato prima di te. O, in via non ancora definitiva... African Idiom: you can wake up as earlier as you want in the morning but your destiny will be already there. Mitja Viola |
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mercoledì, 28 settembre 05 08:09 am
Episodio numero dieci:Ryan Adams-WonderwallCi ho messo sopra qualcosa come cinque, sei giorni di riflessioni più o meno occulate. Più o meno colorate e alla fine sono giunto ad un'unica conclusione: non so nemmeno io quale sia la mia giungla. Se quella vera che ho lasciato alle porte di un lungo viaggio. Se quella che mi pareva nuvolosa dall'alto di un finestrino che mi stava trasportando all'equatore, o se forse quella che deve ancora svelare una serie di indovinelli già scritti e risolti da qualche parte. Durante il fine settimana ha cominciato a leggere un libro molto bello di Tiziano Terzani, L'indovino che mi disse e personalmente, il passo in cui lui cita il Siddaharta di Herman Hesse, è stupendo. Il principe, che diventerà presto Buddha, l'Illuminato, è seduto sulla riva del fiume e capisce che senza più la misura del tempo, il passato e il futuro sono sempre presenti. Come il fiume che allo stesso tempo è là dove lo si vede, ma anche alla sorgente e alla foce. L'acqua che ha ancora da passare e il domani, ma c'è già, a monte. Ma quella che scivolata via è l'ieri, ma c'è ancora, altrove a valle. Ecco che il mio senso di profondità della giungla finisce per disperdersi in un microclima che amo definire ideale. Multimolecolare al punto che la mia voglia di arrendermi di fronte ad un dato di fatto, assomiglia molto ad uno di quei massi che si trovano scendendo quel fiume. Un masso che tutti vedono e tutti riconosco proprio perchè l'acqua ci va sempre a sbattere contro. E forse, proprio per questo motivo aspettando il mio impatto, il senso di ansia degli ultimi giorni si conclude di fronte alla consapevolezza che non finisce qui. Almeno non oggi. lunedì, 26 settembre 05 09:59 am
Forse aveva ragione GaberA volte ritornano o solo rimangono. Per la cronaca anti-episodica devo ammettere di essermi divertito parecchio, del resto era quasi i programma da corredo con la classica postilla: come volevasi dimostrare. Tre giorni di Oktoberfest a Monaco sono da provare e lasciarsi andare. Funziona, è come se funziona. Anche se molto più spesso mi capita oramai di imbattermi in degli sciami simili a quelli dei tafani che non fanno una pubblicità di livello al nostro paese. Non è possibile che una volta all'estero, gran parte della massa che cironzola orgogliosa di essere italiana a destra e sinistra con fare tipico da grande fratello, non è in grado di capire nulla. Oramai mi sono messo il cuore in pace ma quando comincio a parlare con qualche persona incontrata sul posto, aspetto un pò prima di dire: sono italiano. Una protesta tutta mia senza dio e senza lode, solo uno sfogo come un'immagine rilfessa verso uno specchio che regala sprazzi di identità in attesa di crescere e perchè no, anche di capire qualcosa di nuovo. Il resto è da provare. Non è la rambla, ma rende comunque, anzi, rende proprio. Punto e basta. giovedì, 15 settembre 05 10:28 am
Episodio numero unidici:New Order-KraftyNon c'era nessun filo logico in quello che continuavo a ripetermi per cercare di resistere il più a lungo possibile anche se, una frase continuava a rimbalzarmi nella testa quasi come un ritornello simile a quello dell'Ape Maja. Dalle mie parti infatti, Maia si scrive con la j lunga tipica della fonetica slava, un po come Tanja o Vanja. Quel ritornello comunque, era una frase che il buon Caio aveva sparato nel bel mezzo di uno dei suoi tanti intervalli riflessivi: dai venti ai trent'anni conquisti una metà del mondo. Dai trenta ai quaranta la seconda e dai cinquanta ai sessanta lo domini. Poi ti rilassi e trasmetti il tuo credo ai giovani che ti sembrano più opportuni. Non che non fossi capace di accettare una soluzione nitida e pulita come una macchia d'olio nel mare azzurro, ma ogni discorso che esce dai ranghi della mia quotidianeità, mi spaventa a morte. Non una questione di equilibrio o timore reverenziale, quanto un semplice retrogusto amaro che va sempre a sbattere sul muro del mio esistenzialismo con annessi e connessi. Era come se mentre avanzavo e pensavamo, camminavo e meditavo, dovessi esprimere un giudizio non proprio condiscente dal valore positivo o negativo sul mio operato. Uno, due, tre e quattro passi e questo senso di astratto che diventa concreto sollecitando il mio spirito di essere maturo. Ecco la fotografia di quel momento in cui a giochi fatti non ho potuto far altro che arrendermi al mio destino, vittima di una sensazione superiore che al termine del gioco forza, andava rispettata. Il resto, almeno in questo momento, mi viene difficile da raccontare o sperimentare perchè io per primo non riesco ancora ad imedesimarmi in una parte scolpita a mia immagine e perfezione. Come se dentro quella giungla infama fatta di insidie e trabocchetti, di colori e odori, ci fosse qualcosa di prezioso direttamente rivolto al mio fare comune. Come se per forza di cosa per capire qualcosa doveva per forza passare attraverso quel sistema che, proprio perchè superiore, aveva deciso finalmente di regalarmi un input. Non proprio prezioso quanto indispensabile. Come se la mia meditazione interiore solleticata anche da qualche nota musicale dovesse fare i conti con un feedback tipico dell'asta di ebay. A differenza del positivo o negativo però, l'unica nota di colore all'altezza della situazione era data dal gusto del valore aggiunto. Tutto qua. martedì, 13 settembre 05 11:01 am
Episodio numero nove:Kc and the Sunshine Band-Shake,shake,shake.Rapito da una concezione diversa dal fare comune, sono sempre stato stregato dal tratto di giungla che divide Brasile da Venezuela. Una terra anarchica, prima ancora che sociale. Una terra priva di anagrafe con delle regole locali spesso decise da un proiettile piuttosto che da un vigile inspettito dal passaggio dell'automobile con il rosso. Quello che di sera lascia lo spazio al bel tempo che si spera. Una terra dove i trafficanti fanno il loro mestiere mescolando diamanti con coca, forse qualcos'altro ancora di maggiore importanza per i loro affari. Una terra a mio modo di vedere magica che unisce due popoli particolari ma sicuramente felici. Due popoli che ballono figli di culture diverse che con il loro fare brillante ti trasmettono una felicità spesso vittima di una malinconia di base che reputo fondamentale. Personalmente conosco il Brasile, in Venezula ci devo ancora andare ma all'interno del mio percorso culturale è difficile far finta di nulla. Come in occasione di un fatto brutto e rozzo che colpì la nostra comitiva nel bel mezzo di una spedizione turistica che annessi e connessi. Dai rischi, alle cartine geografiche. Dai soldi a quei cellullari che continuavano a non prendere. Penso che di fronte ad un atto concreto, pericoloso e sicuramente serio, ognuno di noi è in grado di reagire in modo diverso. Dall'urlo al silenzio passando per una vena di panico che accellera i battiti del tuo cuore. O meglio, potendo succedere di tutto, è giusto mettere in preventivo tutto. Sta di fatto che quando due uomini con sembianza sudata più che sporca sbuccarono all'orrizzonte, nessuno di noi si sentì tranquillo. E' assurdo spiegare cosa provai in quel momento, posso solo dire che i miei muscoli continuavano a gonfiarsi e sgonfiarsi come una pallina di ping pong. Passando dalla consapevolezza di chi vuole sentirsi forte e virile, a chi preferisce porgere l'altra guancia. Il tutto condizionato dal comportamento delle persone che mi stavano accanto e come i dadini del cubo di Kubrik, cercavano a loro volta di interpretare la situazione senza che nessuno di noi riuscisse a comporre una faccia intera dello stesso colore. Ed in quel momento di presunto pericolo che comincia a pensare al pericolo inteso e letto come il confine che divide i due stati. La vera terra di nessuno dove non esistono regole o condizioni. C'è solo l'istinto umano e la sua ampia sfera di capacità reazionali: faccio questo o faccio quello. Mi dipingo di tempestività o scappo dalla parte opposta. E' difficile raccontare cosa accadde nei minuti successi, lo ancora di più se penso a quell'incontro che mi mise con la faccia rivolta verso una verità che il mio timore non voleva farmi conoscere. I soldi, i miei averi, il cortelllo. Non sapevo nemmeno io cosa tirar fuori per prima se non fosse che alla fine la guida, di fronte ad uno di questi due uomini di canagione scura e maglietta marrone con un'ampia chiazza di sudore sul petto, di fronte al loro fare probabilmente comune mi arresi al baleno dei successivi quindici secondi e due domande. Dove andate? Avete dell'acqua? Due quesiti brevi e probabilmente anche sinceri. Due domande e due risposte, quelle della guida, di fronte ad una plate di faccia attonite e nemmeno paunazze. Andiamo a nord, gli disse. Dobbiamo arrivare al fiume. L'acqua? Ce n'è poca. Ok, rispose uno dei due, tenetela pura e buena sorte. Fu in quel momento che capi cosa vuol dire farsela addosso. Una sorta di brivido felino e gelido percorse il mio corpo del centro vitale del cuore al buco del culo. Personalmente non fece altro che scaricare una dose di adrenalina pura che si traformò in una quindici, forse venti gocce di sudore e un respiro a profondo che non ricordo nemmeno se fatto con il naso e la bocca. Fu come quando da piccolo dovevo fare i conti con i teppisti del caso. Quelli del tipico regime del terrore di chi ti sottomette e i giorni pari di lascia in pace e quelli dispari di attacca briga. Semplici tepisti fieri del loro comportamento, prima ancora che della loro scelta di non influire. Come dei messaggeri di odio vanificati da una situazione anomala di basso gradimento. Appena si missero in cammino, non alzarono nemmeno lo sguardo per incrociare il mio. Non so cosa provai e non so perchè sono qui ora a raccontarlo. Non lo so e basta ma ogni volta che penso a quell'avventura, mi viene voglia di provare ad attraversare quel confine. L'unico tappeto verde senza roulette o black jack in cui scommetti la tua vita in cambio di un passaggio dentro una bolla di sapone. Quando scoppia rimane solo quel gusto amaro del sapone che non compromette. martedì, 13 settembre 05 10:34 am
Comunicazione importanteCercando di abbandonare quel filo di modestia che accompagna ogni avventura del soggetto consapevole del suo potere relazionale, volevo ringraziare tutte le persone che nelle ultime settimane sono passate dalle parti di Profumo di vaniglia. Non so se si è capito ma al di là dei miei esperimenti a volte anche bizzarri, al di là della mia voglia di scrivere e lasciarmi andare, c'è una sottile vena di divertimento che mi appagga quotidianamente quando, seduto sul letto di casa, cerco di interpretare le mie mattine e comincio a digitare ascoltando la musica che mi pare opportuna. Negli ultimi giorni sono stato addirittura drogato dall'indice delle statistiche che saliva e saliva tanto da controllare anche due volte al giorno il numero totale delle visite, molte volte fortuite e casuali, ma pur sempre fondamentali ai fini del calcolo matematico. Insomma, grazie mille a chi è passato e chi continuerà a passare. Il tutto pensando a quello strano odore che mi ha stregato, più che contagiato. Il tutto ascoltando una canzone che vi raccomando di cuore non tanto per provare a capire ancora qualcosa, quanto per lasciare trasportare e andare: Air-Cherry Blossom Girl. Ciao Mitja sabato, 10 settembre 05 09:15 am
Episodio numero otto.Scuola Furano-Chocolate GlazedE' il titolo della canzone che quasi fiero ed orgoglioso ho esclamato nel bel mezzo della classica discussione di rito. Quelle sulla falsa riga ogniuno dice la sua, ogniuno e convinto di non spostarsi troppo dalla consapevolezza che la critica musicale a volta fa anche rima con pensieri semplici e suoni non troppo articolati. E io, spettatore del caso, non ho potuto far altro che pensare a mio fratello. A quella sua canzone che lo ha reso "famoso" al punto tale da spingerlo dentro gli studi di Mtv. Dico questo per il semplice motivo che durante il percorso di interiorizzazione che ho deciso di seguire, c'è spazio prima di tutto per le sensazioni primordiali. Quelle di base da cui partite per elevare uno spirito che poi si modificherà a seconda del suo contatto. Della sua posizione, della sua condizione. In fin dei conti il senso del viaggio dentro la giungla è proprio questo: un diario di bordo che tappa dopo tappa, situazione dopo situazione, deve contribuire a trovare la purezza del proprio spirito attraverso una forma di sottopressione con l'obiettivo ultimo di stare bene ed entrare in meditazione prolungata. Parole grosse. Parole sante utile prima di tutto a perservare l'armonia, una parola che amo al punto da ricordarmela sempre e comunque, come le mie origini, la mia cultura la mia antropologia tipica dell'essere europeo: convinto, sicuro e tremendamente curioso. Forse riflessivo ma acuto e polemico al punto tale da pensare che oltre alla barriera del suono, forse c'è qualcosa altro. Qualcosa si tremendamente utile che se messa alla prova crea una sensazione di equilibrio fondamentale quanto la cultura musicale di massa. Questione di gusti, si potrebbe anche dire, questione di cose semplici e un detto, quello africano, che ha già sollecitato come un sollettico il modo di percepire un movimento delicato ma piacevole al punto tale da farti sorridere. Più o meno lo mettavano giù così: puoi svegliarti quanto presto vuoi al mattino che il tuo destino si è svegliato prima di te. Non una celebrazione a stelle e strisce che poi finisce in fanatismo ignorante ma una sorta di favola dei poveri. Di quelli che non contano per quelli che non contano e contano invece, per quelli che contano e respirano con il vero senso dell'essere. Ecco il punto di arrivo di una meditazione che oltre alla cultura e alle sensazioni tipiche deve essere legata a qualcos'altro di apparente e significativo. Un modo di essere che nella maggior parte dei casi ricollega lo spirito umano ad uno stile di vita che si rifà al sorriso. Nonostante il modello di vita sia ben lontano parente del consumismo capitalista. E' vero c'è chi guadagna per star bene e chi magari per diventare ancora più ricco, ma alla base di tutto non funziona così. Nella giungla non contano i soldi, un complemento sicuramente utile, ma conta solo lo spirito di sopravvivenza. L'istinto primordiale, i valori di base che mi riportano alle mie origini e a quella canzone che per quanto famosa, nella mia sfera privata non rimane altro che una "bischerata" di mio fratello. Una persona che sarebbe da stimare se non altro per la tenacia di credere in quello che fa, anche se la dose di culo gli ha dato quel calcio nel sedere che probabilmente si meritava e continua a meritare. Alla fine siamo tutti pianisti. Abbiamo tutti la possibilità di pigiare cinquanta o quanti tasti sono per creare un motivo utile a renderci soddisfatti e motivazione a parte, si comincia da quello che pensiamo sia più giusto e adatto. Più sensibile e allo stesso tempo più bello e al diavolo se io l'ho fatto nella mia giungla e gli altri no. Quello che conta e non scordarsi delle origini utile a cambiare passo o anche solo a distendersi su un'amaca sospesa tra due palme e un tramonto rosso riflesso nel mare. Quello che sognavo dopo due giorni di marcia e delle pause non sempre utili a rilassarsi. Ma nella giungla è così: chi si ferma è perduto. giovedì, 08 settembre 05 09:37 am
Episodio numero sette.Siamo in ballo, balliamo.Immerso in una situazione a dir poco eloquace, non potevo far altro che meditare e riflettere su me stesso. Penso che il segreto nella giungla sia proprio quello di raccogliere le proprie forze ad intervalli regolari. Di canalizzarle in delle sfere meditative da rendere utili nel momento del massimo bisogno, non tanto fisico quanto mentale. Non so nemmeno io se a conti fatti il problema ero io oppure il sistema che mi stava attorno. Non so nemmeno se io ero in grado di fare sistema oppure era solo una questione di media e dati statistici. Come quando pensi alle legge di Murphy, al caso e al numero di occasioni che se lasciate, potrebbero anche essere perse. Un concetto tipico della vecchiaia che a modo mio diventa esperienza al punto tale da trasformare in vero tutto quello che ti è stato raccontato minuto dopo minuto. Come un film nel quale si capisce il senso della situazione, dopo aver imedesimato se stessi nella trama del piacere e perchè no, anche del dispiacere. Una soluzione che a livello superficiale viene sempre e spesso messa da parte per il semplice gusto che sentirsi protagonisti anche solo per cinque minuti, rende l'essere umano felice e consapevole delle proprie azione. Da protagonista. Perchè tutti noi, ieri come oggi, oggi come domani, abbiamo bisogno di sentirsi protagonisti. E al diavolo come o quando. Forse il segreto è solo sentirsi protagonisti. Anche se cadono le stelle e qualcuno gli scambia per ufo volanti. Anche se la persona che hai appena incontrato per strada non ti ha chiesto che ora è, passando via veloce distinta più che cruda o insensibile per il fatto che non ha detto nemmeno buongiorno. Buongiorno principessa oppure buongiorno amici miei. Insomma che abbiano inizio le danze perchè forse l'unico vero compromesso tra l'uomo e il suo bisogno di sentirsi animale da branco, passa attraverso il luogo comune del ballo e della danza. Per la pioggia come per il festeggiamento del nuovo nato. Per una questione di pure sensualità o anche per un rito funebre. La differenza è sempre la stessa: la gente povera balla perchè vuole essere felice. E noi, uomini del XX secolo ed europei a volte anche solo per sbaglio, siamo vittime illustri di una testimonianza che ci va male. O forse lascia solo il resto del gruppo indifferente di fronte ad una realtà che non vogliono vedere. Ecco perchè faccio una fatica tremenda a passare innosservato di fronte ad una meditazione quotidiana che mi permette di incanalare quell'energia utile a meditare e sognare. Credere ancora che leggere le favole sia la scelta migliore fino a quando nessuno potrà dimostrarmi il contrario. E poco mi interessa se c'è chi crede ancora di poter dire la sua usando dei luogi comuni di fama internazionale. La mia internazionalizzazione va ben oltre. E quando un uomo si sente forte e come l'animale che accetta la sua condizione di cacciatore o predatore. E' la natura che parla per te non certo il sistema malato dell'irrisorio umano. Forse è solo la prima risposta al credere o rendersi conto di fare la cosa giusta. Una frase sicuramente più bella di quanto tempo si perde a scriverla e metterla giù per evitare quel cinque in italiano che mi davano quasi rassegnati. Errori di sintassi. Errori di grammatica. Ma questo è solo un elemento della storia che grazie a Dio fa parte del mio passato o chissà di quale dio. Mentre avanzo, mentre passo dall'imperfetto al presento, sento che tutto ciò è solo l'antipasto di un qualcosa di grande che sta per accadere. Probabilmente è solo colpa della mia meditazione quasi aritmetica che mi mette con le spalle al muro preparandomi al peggio. Preparandomi a superare prima gli ostacoli più bassi, quindi quelli più alti. E nella giungla non sai mai cosa ti aspetta. martedì, 06 settembre 05 09:37 am
Episodio numero sei: Bob MarleySembra strano o forse anche solo imbarazzante ma proprio quando meno te l'aspetti, l'asso nella manica toglie o aggiunge gusto ad una minestra che diresti già abbondantemente saporita. Proprio quando meno te l'aspetti, al posto giusto nel momento giusto incontri delle persone che come te si trovano nel bel mezzo di una condizione di causa degna di nota. Non tanto un fatto filosofico o temporale, quanto piuttosto una ragione sociale riconducibile alla giungla e al suo percorso. Non so quanti di voi hanno presente le classiche camminate in fila uno dietro all'altro non sempre in religioso silenzio. Di solito in montagna, sui sentieri ripidi e stretti, si è comuni a salutarsi con il buongiorno del caso. Un modo di fare educato, prima ancora che rispettoso nei confronti della natura, che diventa familiare dopo il quarto, quinto gruppo di persone che ti sfilano davanti. Nella giungla invece, è un attimino diverso: c'è più diffidenza e sopratutto, un'arma per difendersi è sempre a portata di mano. Quell'uomo nero con barba bianca però, di cattivo o forse di imprevedibile aveva solo un sorta di "Ya man Ya" tipico del modo di fare giamaicano. Ogni quattro parole o concetto che riusciva ad esprimere in un inglese sicuramente particolare, sparava quelle tre parole che in un primo momento mi hanno spiazzato di fronte al senso di rispetto che nutro per quella gente conpatriota di un certo Bob Marley. Come dice Manu Chao nella sua canzone, ti prego Mister Marley questa è un'emergenza: salvaci tu perchè questo mondo sta andando a rotoli. E' come se dopo due ore di lunga camminata dovessi fermarmi in un rifugio adatto al caso e imbattermi in una discussione calcistica con un tedesco, un brasiliano e un argentino. Come nelle barzalette ogniuno è pronto a dire la sua con fare orgoglioso e pragmatico. A differenza delle barzalette però, nessuna presa in giro patriotica ma piuttosto un senso del piacere della conversazione che ti porta a riconoscere i valori dominanti della tua cultura somatica. Insomma quattro appasionati che a turno esaltano le doti di un campione in maniera consenziente fino ad arrivare a Roberto Baggio. Ecco allora che mi sento a casa e mi sento italiano. A discapito mille e una polemiche che potrebbero farmi ritornare sulle mie parole. E lo dico senza pensare alla fine del mondo ma convinto del fatto che come scrisse Gaber, signor presidente non mi ci riconosco ma mi sento italiano. Ad ogni modo il nostro Ya man ya era un fottuto personaggio che al pari di mille altri non aveva assolutamente paura di affrontare la giungla. Penso che a suo riguardo si potrebbe sollevare una o più concezioni legate al suo modo di fare, ragionare o anche comportarsi. Alla fine però, quando si calcola il resto tutto si annulla per un semplice motivo: a modo suo in quel momento era uguale al sottoscritto e ai suoi compagni di viaggio. Ma vi diro di più, anche se a differenza nostra non si dileguava in un modo di parlare quasi naturale e istintivo, anche se io continuavo a chiedermi quanto Maria avesse fumato in vita sua e quanta ne avrebbe continuato a fumare, esprimeva dei concetti chiari e sicuri. La classica operazione che alla fine della vacanza di illumina a pensare di aver incontrato un grande uomo. Ya man ya, mi verrebbe voglia di dire adesso. Ya man ya. Come quando cominciò a parlare di una donna che aveva lasciato in Giamaica da dove era partito in cerca di fortuna e di un lavoro che avrebbe dovuto regalargli i soldi neccessari a fare ritorno. Era in giro da qualcosa come trentanni. Parlava di come si uccide un serpente allo stesso modo con cui io sparo fiero la mia top list anni ottanta. Ma sopratutto, dopo mezzora di conversazione senza birra sul tavolo, mi aveva lasciato qualcosa dentro di assolutamente fondamentale per continuare a credere che stavo facendo la cosa giusta. Non a caso a differenza della gente che si incontra nei rifugi di montagna, ci salutammo con un abbraccio stretto. Energia che scambia energia passando attraverso quel pugnale che teneva a portata di cintura che non appena lui mi venne incontro, si attilò alla mia gamba. Sul momento non feci nemmeno caso, poi, ma soltanto poi, mi senti per un momento parte in causa. Non tanto un cacciattore di taglie in cerca della sua vittima, bensì l'uomo giusto al punto giusto. E lo dico con la memoria a quella lama che chi ha provato a prendere in mano e sentire la sua sottigliezza, capisce al volo di cosa parla. Un'arma è sempre un'arma e quando ti rendi conto che attraverso 30 centimetri di lama sei in grado di togliere la vita ad un essere umano, allora non ti viene voglia di scherzare. Nella giungla non si scherza, non c'è tempo per ridere se non in simili occasioni. Ti riposi, ogniuno dice la sua ma sopratutto, ogniuno è pronto a difendere il prossimo. E la sicurezza di sentirsi tranquilli nasce proprio da questa concezione di amicizia irrisoria. Già, proprio irrisoria. Ya man ya. domenica, 04 settembre 05 11:21 am
Episodio numero cinque.Coldplay-ClocksE' assurdo ma allo stesso tempo lodevole il fatto che l'essere umano quando arriva in situazioni di quasi estremità radicale, applica a meraviglia il suo stato di addattamento figlio di apprendimenti precedenti. Un semplice libretto per le istruzioni fatto non sempre di prediche razionali o comunque frutto di errori passati, ma anche di lampi di memoria istantanea. Quello che avremmo voluto essere osservando una persona o una situazione in un determinato momento. Alla televisione come per strada, dentro una foresta come al mare o in montagna. L'unico dato certo e che non appena ti si presenta l'occasione, siamo tutti dei James Bond pronti vendicare la propria licenza di uccidere. Ok d'accordo, non proprio tutti. La classe, si la classe sta nelle cose semplici e non sempre il prossimo o chi ti sta accanto anche solo per sbaglio ci arrivo al volo. Sta di fatto che questo sistema multidimensionale fatto di percezione, poesia e perchè no anche istinto materiale alla sopravvivenza, finì per ubriacarmi di un'energia positiva a dir poco fertile per le mie meningi. Ero concentrato, non proprio sicuro di me stesso ma comunque fiero dei miei numeri e come sempre umile al punto esatto in cui il rispetto incontra l'insegnamento latente. Del resto, dopo tutte le mie avventure, dopo tutti i miei dati di fatto quello che aspettavo era una sensazione a metà strada tra il mettere in pratica una situazione percepita e quindi copiata da un istruzione precedente e la voglia di scoprire qualcosa di nuovo. Un'equazione semplice e perfetta frutto dell'equilibrio di voler essere protagonista come quelle persone che ho sempre ascoltato con piacere. Come loro raccontavano con sincerità e schiettezza, come loro mi incantavano con fare esperto ma comunque veriterio, così io per un momento mi sentivo padrone della sensazione al punto di non avere nemmeno paura del mio esistenzialismo. Prima o poi ce ne andiamo tutti. Prima o poi senza nemmeno fissare un appuntamento. E anche il solo fatto di realizzare per un attimo un desiderio tenuto troppe volte nascosto da una semivoglia di apparire, valeva il prezzo del biglietto. Come un lampo in mezzo alla notte buia che illumina il cielo. Rompe il silenzio irrisorio e nonostante il suo fare minaccioso riesce ad indicarti la retta via. O presunta tale. Come la profondità dell'essere umano che viene messo alla prova senza avere la possibilità di poter ribadire il suo concetto. Al massimo ci pensa lo stato d'animo emotivo a lasciare andare un commento simile ad una cartolina testimone di un lungo viaggio. Quello tipico dell'elemento comune di chi per più di una ragione non riesce ad ascoltare il proprio corpo che ascolta il cervello e traduce una serie di input mediatici tipici del silenzio e della concentrazione. Una meditazione interiore che eleva lo spirito e lo rende pronto ad entrare in guerra con una multidimensionalità che prova anche l'ultimo dei guerreri. Una galleria del vento dove entri con una concenzione e ne esci quasi sempre con due tre valori aggiunti in grado di elevare il tuo spirito. Come quando dal remix passi alla versione originale e ti accordi che chi concede questa possibilità ad altri artisti o presunti tali di interpretare la sua emozione, lo fa solo al chiaro fine di elevare la proprio. Metterla a repentaglio di fronte a delle caratteristiche nuove che potrebbero tradursi anche in migliori, ma mai razionabili all'istinto madre che l'ha creata. Non inventiamo solo perchè immaginiamo o ascoltiamo. Non ci lasciamo andare di fronte ad un segmento attivo figlio di un piano cartesiano, no la multidimensionalità dell'essere umano è il prodotto di mille concenzioni vittime illustri di un'energia che molte volte ha solo bisogno di essere incanalata. Non appena cominciammo ad entrarci nel primo limbo di giungla, il sentiero e il fare sicuro delle nostra guida erano le prime percezioni sicuri e concrete di un senso dell'orientamento totale che aveva bisogno di credere nel suo dio. Nel mio Dio. Mi rendevo conto che dovevo per forza fidarmi e ascoltare il silenzio irreale che accompagnavai nostri passi. Spesso mescolati ad un caos cittadino che non ti permette di riflettere e ascoltare. A contatto con la natura eravamo solo noi e il pretesto di addentrarci era solo la scusa del momento. Nessun male viene per nuocere, ne tanto meno per caso. Figlio di un destino cugino della magia della porta accanto, avanzavo e pensavo. Mi concentravo e scoprivo i miei luoghi comuni. Pensavo e percepivo dei piccoli input da chi in precedenza mi aveva descritto una situazione del genere. Ascoltavo il riassunto telegrafico della mia vita saltando dal calore del mio cane a quello di mia madre. Da lei che si era trasformata in una nuvola senza pioggia, all'avventura nel bosco. Alle canne da pesca fino alla precisione di tirare un sasso dritto, dritto dove lo volevo mandare. Ecco quel feeling che eleva Clocks. Avanzavo sicuro senza aver paura di andare incontro ad una realtà che cominciava a temprarmi. Una multidimensionalità che non aveva perso di visto le sue origini. La mia vita. venerdì, 02 settembre 05 08:21 am
Episodio numero quattro.Winamp:Sky.Fm Soft Smooth JazzSembrerà strano ma ogni volta che vai a fare qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso e allo stesso tempo motivante, ripercorri uno strano viaggio dentro il tuo essere che mette in riga i principali punti chiavi. Semplici considerazioni vittime di vari episodi più o meno significativi, un piccolo e umile film che personalmente, mi da coraggio e mi aiuta a rassegnarmi all'idea di aver fatto la cosa giusta. Come se l'energia positiva dovesse essere ricavata da un serbatoio particolare utile per le grandi occasioni. Tu rifletti, pensi, provi a memorizzare e teoricamente esci più forte di prima. In un certo senso mi è capitato anche questa volta, per quanto i contenuti e le ambizioni sono sbalzate da una stabilità curiosa ad un senso dell'orientamento a tratti anche drammatico. Drammatico per la radicalizzazione di certe sensazioni a cospetto di chi si mette in viaggio solo per vacanza. La cosa comunque che continuava a colpirmi di questa giungla era una vegetazione che a seconda degli istanti passava dal tutto esuarito della curva sud, al vietato entrare tipico dell'esclusività mondana. L'essere umano, forse più che l'animale ha un senso di addattamento stratosferico, una qualità che poche specie riescono a sfruttare in maniera così opportunistica. E allora, quando sviluppi il senso che del sentirti a tuo agio, ti sembra quasi di essere un eroe. E come non mi stuferò mai di scrivere, subito dopo i mostri muoino gli eroi. Camminavamo in fila con il chiaro obiettivo di scoprire qualcosa di nuovo, con il fine ultime di fidarci della nostra guida senza fare del male a nessuno. Doveva attraversare quel tratto di giungla per arrivare alla sponda del fiume e ripercorre un tratto di foresta fino al prossimo centro abitato. E nessuno di noi aveva mai messo in preventivo che quella fitta vegetazione che inculcava anche timore potesse essere il luogo in cui certi uomini riescono a trovare l'equilibrio meditativo. Assurdo, io temo e loro riflettono. Un concetto che i due boyscout, quello che si inciampò sulla radice e il suo amichetto sullo stile Starsky and Hutch non avevano sviluppato e probabilmente non l'hanno nemmeno mai capito. Ma questo cosa importa quando l'unica cosa che conta e proteggere te stesso e al limite la persona che ti sta vicino. Quando sei nella merda non esiste un manuale del pronto scoccorso con tanto di contocorrente e numero verde per informazioni sempre utili alla buona sorte. Quando sei con le spalle al muro conta solo l'istinto, la fortuna e una sorta di razionalizzazione del caso che se istruita magari anche solo attraverso qualche dritta ripetuta e focalizzata cinque volte, ti può salvare la vita. Qualcosa come prendi il boyscout e sfruttalo come scudo. Qualcosa come stai fermo e non ti muovere. Trattieni il respiro o saltà sull'albero. O anche solo mostra un pistola che il vostro libero arbitrio può scegliere se essere di plastica o con i proiettili veri. Con il siero che addormenta o con un razzo da sparare in aria in cerca di soccorso. Probabilmente una volta ancora non avevamo idea di che cosa stesse accadendo ma ricordate, anche le stazioni radio più brillanti durante le loro progammazioni non riescono a tenere il ritmo giusto per più di un'ora. E' una questone di armonia e proprio per questo motivo subito dopo i mostri muoiono gli eroi. Proprio per questo mopivo quando il boyscout si alzò da terra poco consapevole di aver giocato il suo bonus, con aria comprensiva mi voltai verso di lui e gli dissi: caro mio, puoi svegliarti quanto vuoi al mattino che il tuo destino si è svegliato prima di te. Una considerazione nata a metà strada tra la sua caduta e il mio pensiero a lei. Una considerazione che lo specchio di casa mia dove amo guardarmi per l'ultima volta prima di uscire mi avrebbe replicato con tono secco e orgoglioso. Amico mio, quello è il detto africano. Due parole e un significato estremo: il detto africano. Invece no, lui interpretò il tutto come la battuta giusto al posto giusto al momento giusto. Ganzo questo qui, già proprio ganzo. giovedì, 01 settembre 05 09:42 am
Episodio numero tre.Travis-Driftwood.Mi trovavo comodamente seduto al bar quando Claudio detto Caio entrò con il suo solito fare elegante, frutto di pazienza e tranquilittà più che di un istinto sublime. Non so nemmeno io come venne fuori il discorso del viaggio, della vacanza alternativa da fare in uno di questi paesi tropicali e non so nemmeno io come mai alla fine ci siamo trovati nel bel mezzo di un'avventura sicuramente al di sopra delle parti. Generalmente io e lui quando ci troviamo a bere il caffè tiriamo le somme della mia e della sua vita. Un bilancio a metà strada tra presente e passato con rilfesso all'immediato futuro. Basket e non basket per quanto tutto questo fare in quel preciso momento ci serviva ben a poco. Poco perchè come detto in precedenza, la giungla non ti riconosce per status o cultura. Razza o dimensione. La giungla ti accetta per la tua dimensione animale. Di preda e cacciatore. E non vale nemmeno mettere in piedi un discorso legato al rispetto reciproco. No, è relativo perchè il sistema è superiore ad ogni forma che gli appartiene. Ma è quando vai in vacanza con l'idea di prendere solo il sole che ti accorgi che oltre al blu c'è qualcosa. A volte ti accontenti di noleggiare una macchina, a volte una bicicletta magari solo per un paio d'ore, a volte un'escursione in donebuggy. A volte prendi una barca per attraversare il fiume, a volte ti accontenti. Ma in nessuno di questi casi tieni mai presente il concetto di imprevisto. Di apparenza che inganna di valore assoluto dell'essere non proprio in pericolo. Da qui l'idea della musica non sempre sinfonica. Da qui l'idea dei suonatori che entrano e propongono il loro repertorio. Da qui il concetto che ogni scrittore deve essere testimone della proprio coscenza esportabile in mille e una dimensione. Come i coriandoli che quando cadono si lasciano andare con delle rotazioni eliodali di massa che incantano il visitatore. Da qui il concetto che ogni scrittore vive e trasmette le proprie emozione al rallentatore, una velocità quantificabile a leggere pressioni catalogata da un cervello che esprime e si concentra a intervalli meno rapidi delle parole ma continui ad una periodicità tale da creare un flusso armonioso. Pericoloso o sterile, ma armonioso. Personalmente mi definisco tale solo perchè mi pagano per scrivere, una sorta di binomio reciproco ufficiale non a coscienza ma a livello amministrativo burocratico. Ad ogni modo vittime dei nostri imprevisti non potevamo far altro che studiare la realtà per trovare il prima possibile i nostri punti in comune. Semplici concetti legati all'orientamento utili a costruire una dimensione a portata di sopravvivenza. Cinque minuti dopo cinque minuti fino ad arrivare ad un'ora esatta. Cinque minuti dopo cinque minuti fino ad arrivare a mezza giornata e così avanti. Con la concentrazione non sempre a livello di allerta ma comunque testimone di un tramonto che ci fece impazzire. Trabocchetti a parte, fu quello dopo gli odori e i colori a regalarci la prima dimensione di inferiorità rispetto alla spazio infinito. E pensare che tutti quando osservano un tramonto si concentrano solo su quel rosso che da giallo diventa viola e termina in blu notte. Rosso di sera bel tempo si spera. Ma il tramonto è prima di tutto un sipario all'altezza della situazione, un passaggio tenue sospeso in un velo suspance prima del calar della notte. E non sempre arriva la stella cadente figlia di un destino non proprio crudele che ti illumina al punto di concederci il lusso di esprimere un desiderio. Guarda a caso una forma di estremismo puro legato alla buona sorte che ogniuno di noi sotto forma di pregare dovrebbe aver buon uso di fare ogni mattina. Ogni pomeriggio e ogni sera fino ad arrivare alla notte. I desideri che si avverano, indipendentemente dalla loro consistenza e intensità, sono come le favole. E quando le favole hanno il lieto fine ci sentiamo tutti bambini. Più favole leggiamo, più queste possono diventare vere. E rinunciare ad un privilegio del genere è un reato inquantificabile. Un concetto, quello dei bambini che equivale sullo stesso piano protettivo ogni forma di essere vivente. Dalle piante agli animali fino ad arrivare al termine lezioso di uomo. Sapiens magari. E' proprio rispettando questo leggero velo di protezione che la giungla di addolcisce al punto tale da rendere ancora più brusco il tuo risveglio. Una mamma o comunque, un essere superiore, applica sempre la famosa teoria del bastone e della carota. Nei secoli e secoli. E non posso neanche dire di aver preso paura quando uno dei nostri boyscout inciampò in una radice probabilmente più alta e prosperosa delle altre. Una radice che lo mise ko come un pugile affonda il destro e tu barcollante capisce che il game è over. Non appena ruppe in terra si lasciò andare con urlo multidimensionale. Un urlo inutile ma multidimensionale. Nei film infatti, ogni suono lascia libero arbitrio a più condizioni o possibilità. Il rumore sveglia il predatore in caccia di vittime illustri? Cadendo uno scorpione lo ha punta sulla guancia o sulla punta di una dita della mano. O magari scivolando il nostro eroe si è solo lasciato andare con una risata biblica. Quella che trasmette sicurezza e buon umore. Di sicuro, per uno che era in fila come il sottoscritto, quel ruome spezzo una riflessione tipica della mia più profonda frustazione applicata all'immediato passato. Pensavo a lei. Ad una vancanza mai fatta assieme nonostante il regalo di un biglietto aereo per Parigi. Ho prenotato un ristorante giapponese ai Campi Elisi, gli dissi, sei mia ospite dal momento in cui decidi di presentare il documento di riconoscimento al check in dell'aeroporto. Sì, mi disse in un primo momento. Non lo so la mattina successiva. Non me la sento una settimana dopo. Parigi comunque, è stata solo la prima tappa di un lungo viaggio. In fin dei conti quello che gli proponevo era solo una via di fuga da una realtà mono dimensionale. Aveva fatto una scommessa, avevo e ho perso una scommessa. Ecco per la giungla aveva un sapore mistico ma sincero. Ecco perchè dovevo ancora imparare qualcosa da questo maledetto mondo prima di potermi confrontare non tanto con gli altri, quanto con la mia conoscenza. E attenzione, quella di uno scrittore non è così immediata come i pensieri e le voci di una confidenza al telefono o davanti ad una birra con l'amico o amica che ti guarda anche con sguardo interessato. No, noi scrittori viviamo al rallentatore perchè dobbiamo digitare o scrivere quello che pensiamo. Mentre il cervello, messo in stand by con una Cpu atta a sincornizzare i propri lavori, elabora il concetto applicato successivo fatto di opportunità, affinità e corrollari . Un'opzione che tradotto in termini di spiegazione al prossimo finisce per procurare la classica risposta: caro mio tu pensi troppo. Come il finanziere alla dogana: passaporto per favore, lei signora che dichiara?.
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