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Carlos Delfino e coach Flip Saunders: e' giusto guardare avanti.
(tempo di lettura massimo 3'13''. Scritto ascoltando Paul Van Dyk con Nothing else but you)
Odio in maniera clamorosa il tunnel che attraversa sotto terra Times Square in direzione 8th Avenue. Qualcosa come ottanta, probabilmente cento metri all'interno di un canale apparentemente stretto che ti aiuta a capire qualcosa di piu' su questa citta'. Dalla linee gialla, viola e rossa ti dirigi a quella blu. Vedi facce che altrimenti non vedresti mai. Vedi la gente, sopratutto durante la settimana, correre a mille all'ora con espressioni tese e per nulla ispirate alle fatiche del maratoneta. Vedi chi e' pronto a dare il tutto per tutto in cambio di un minuto in meno sul cartellino da timbrare e sopratutto, ti rendi veramente conto del perche' le palestre e i centri fitness non sono proprio il tipo di business che va per la maggiore. Meglio, tanto per dirla tutta, i ristoranti dai mille gusti, dalle mille tradizioni, con o senza servizio a domicilio. Quasi una questione di menu', di soldi facili ed esigenze particolari che si sposano con la fantasia di chi propone a vantaggio di un'offerta sicuramente esigente. Una partentesi sempre aperta che ti aiuta ad entrare nei canoni di chi, per davvero, apprezza e usa questa citta' per come lei stessa si presenta. Unica e bella.
Ma e' anche vero che in questo tunnel in cui si sente prima il freddo o il caldo a seconda delle varie stagioni, in cui a tutte le ore del giorno c'e' un olezzo pazzesco vittima, appunto del milione di utenti che vi passano a tutte le ore del giorno, e' la mia porta verso la Continental Arena. Un viatico e i suoi quattro, cinque suonatori che non si alternano mai.
Come dire, una domenica mattina diversa aspettando il Superbowl. Sottolineare che l'America si ferma e' del tutto scontato. Ammettere che mi sento ingarbugliato al punto essere quasi diventato un sostenitore degli Indiana Colts, e' altrettanto relativo. Certo, ho i miei buoni motivi per farlo, anche se alla fine il punto della storia e' un altro. Vado a vedere gli Atlanta Hawks e come mi capita spesso, mi diverto a scrivere strada facendo. Il modo migliore per eliminare i tempi morti, per regalare al mio nuovo portatile una tradizione degna del suo successore e inventarmi, visto che sono in un periodo della mia vita in cui penso anche al futuro, un blog in inglese che presto presentero' niente meno che dalle righe del suo padre padrone: Profumo di vaniglia (clicca qui).
Ma e' altrettanto vero che piu' entro nel vivo della mia prima domenica di febbraio, mi rendo conto che i Colts sono i grandi favoriti della vigilia. Almeno a giudicare dal pensiero comune di chi ho avuto la fortuna, o la sfortuna, di incontrare sulla mia strada. Un semplice chi vince oggi in attesa di conoscere il verdetto finale. Certo, parlare di football americano non e' facile. Mi manca quella cultura figlia di chi capisce il sistema delle difese, degli schemi e dello "special team" che non so perche', a me suonano come nomi di vini famosi: il Brunello di Montalcino, i bianchi del Collio e il Franciacorta. Poi vai a capire tu la differenza tra un Castello Banfi, un' Anna Maria Clementi e il mio Colle Duga. Onestamente ci vuole tempo e persone all'altezza della situazione in grado di prenderti per mano e spiegarti la loro opinione.
Di fatto Mikki Moore, con o senza quel suo fare scoordinato, con o senza i serpenti in casa, e' un po' la nuova faccia dei New Jersey Nets chiaramente tabellino alla mano. Proprio mentre i tanti rumors del caso, vogliono Vince Carter prossimo al divorzio. Proprio mentre qualcuno parla di Bargnani (clicca qui) e Calderon come possibile merce di scambio nel caso in cui Toronto voglia veramente prendere Paul Gasol. Semplici modi di dire che alimentano il fare comune in attesa dell'All Star Game. Un nome e una manifestazione che qui comincia a far parlare di se. In attesa di capire chi declinera' e chi meno, e' gia' nata una polemica che chiama in causa niente meno che l'immagine di Carmelo Anthony e il potere di David Stern. Sara' lui a concedergli la "wild card" oppure, dopo la rissa (clicca qui) del Garden, e' giusto che lui rimanga fuori. Al momento pare che il partito dei no prevalga su quello dei si', anche se non e' detta l'ultima parola. Io da parte mia, posso solo ammettere che in attesa di conoscere quale mezzo di trasporto di portera' nella capitale del Nevada - conoscendo George Stankovic (clicca qui) non e' da escludere nessuna ipotesi - ne vedremo delle belle.
Intanto mercoledi', ho completato un tassello che ancora mi mancava da diverso tempo: ho visto i Detroit Pistons. Inutile dire che sul finire della stagione li inserisco di diritto nella lista delle grandi favorite. Almeno per chi partecipa alla festa finale partendo ad Est. Mi ha colpito la loro panchina lunghissima e di qualita'. Non a caso, come ho avuto modo di parlare con Carlos Delfino, dal mio punto di vista in questo momento ci sono troppi fuochi di paglia in giro e le statistiche, che qui assomigliano molto alle omelie della domenica a San Pietro, prima o poi vengono sempre smentite. Un cerchio vizioso che finisce puntuale di fronte alla fantasia del viaggiatore. Quella che mi ha spinto ad andare diritto in faccia a Rasheed Wallace per dirgli quello che penso. Certo, con un personaggio cosi' ci sarebbe da fare un coast to coast in direzione Americhe. Il modo migliore per fare conversazione e capire meglio cosa lui, il basket e il suo modo di essere hanno in comune. Di fatto e' un guerriero incredibile, anche senza le dichiarazioni chiare e lucide tipiche di chi ha capito al volo come si fa a comunicare dentro le locker room NBA. Di sicuro, quella di Detroit e' l'unica in cui una radio con tanto Ipod e playlist a 18 canzoni di puro hip hop, crea atmosfera a volume non proprio basso. "L'idea e' venuta a Ben Wallace - mi ha spiegato quel gran uomo che e' Carlos Delfino (clicca qui) - ha cominciato a portarla lui fino che ci siamo abituati. E adesso che lui non c'e' piu', noi continuiamo ad ascoltare questa musica. La cosa simpatica e' che a Chicago lui non lo piu' fare. La mia stagione? Sono contento di essere qui e non altrove e quando dico qui, penso prima di tutto al fatto che gioco nella NBA. Certo, ho dei punti di vista che tengo tutti per me, ma siamo una buona squadra e l'importante e' arrivare in fondo con le energie giuste".
Ancora una volta sono arrivato a lui con il messaggio del mio coach, quel Tonino Zorzi che qui, anche senza mai essere entrato di diritto nella Hall of Fame dei sono stati famosi, conoscono e ricordano sempre con piacere. E peccato che non siamo in Italia o a Reggio Calabria. Questione di un semplice saluto ad un altro suo ex atleta, parlando di Italia, di Diego Armando Maradona e di New York. Storie da emigrati dei tempi moderni, guarda a caso dialoghi e argomenti che con un argentino riescono sempre molto bene.
Insomma, come direbbero in quei film con colonna sonora ben identificata, vado avanti per la mia o, nel caso di voce fuori campo, per la sua strada. Certo, non ho parlato di Catania dal punto di vista a stelle e strisce ma penso che questo sia tempo perso. Meglio scrivere una mail a Valerio Bianchini, uno che leggo sempre piu' volentieri e che mi aiuta a capire una cosa: i grandi personaggi, non sono solo personaggi nel basket, ma sono semplicemente dei grandi personaggi. Punto e a capo.
Per le mail di contrabbando o anche solo per dire la vostra mitja.viola@gmail.com.
PS. I Nets sono sotto ad inizio del terzo quarto ma nel giorno in cui tutti, almeno qui, conoscono e parlano di Peyton Manning penso sia del tutto relativo.
Mitja Viola